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Lavorare meno, lavorare tutti

Una proposta provocatoria ma stimolante: dare 12 ore alla settimana per la cura di chi ha bisogno d'aiuto

di Luigino Bruni

pubblicato su  Città Nuova n.10/2015 del 25/05/2015

La cura dei bambini e degli anziani è uno dei temi decisivi delle nostre democrazie, che Curaperò è troppo trascurato dal dibattito pubblico, culturale e politico. Esiste una crescente domanda di cura e di accudimento  che non può essere più soddisfatta dalle ‘agenzie’ che l’hanno fatto nelle generazioni passate (famiglie, chiese, stato). Persone più sole che vivono molto più a lungo, bambini con famiglie sempre più fragili e frammentate, chiedono molta più cura di qualche decennio fa ma non trovano risposte adeguate.

Questo vuoto sta attirando un quarto ‘offerente’ di cura, il mercato, che in molti paesi sta occupando questi spazi. Lo vediamo tutti i giorni.

Quando però il mercato entra nei mondi della cura, tende inevitabilmente a trasformare la cura, che per sua natura è un bene relazionale (e che quindi richiede gratuità), in merci, soggette alle regole dell’economia di mercato. Nei decenni passati l’Italia aveva tentato una sua via alla cura, intrecciando comunità e mercato, tramite la cosiddetta cooperazione sociale. Sono così fiorite migliaia di cooperative che, in sinergia con la pubblica amministrazione e con le famiglie, hanno dato vita ad un’alleanza molto felice, nella quale si utilizzavano alcuni criteri e strumenti del mercato (efficienza, talenti imprenditoriali) al servizio delle comunità e delle famiglie.

Questo mercato civile ha svolto bene il suo mestiere, ma oggi sta vivendo una crisi profonda, dovuta ai tagli delle pubbliche amministrazioni e ad un calo di capacità innovativa dei mondi vitali che avevano generato in passato questa economia diversa. C’è inoltre un incalzante avanzare di pensiero economico unico, che sta convincendo politica e anche parte della società civile che il mercato capitalistico può gestire scuole, asili, case di riposo come fa con tutte le altre merci, perché – dicono - la cura è un business come tutti gli altri. Anche la recente riforma del terzo settore è influenzata da questa ideologia mono-mercatista.

Sono invece convinto che serva una riflessione profonda sul tema della cura in rapporto al mercato e in rapporto al lavoro. Affidare la cura al solo mercato non funziona per diversi motivi. Il principale si chiama democrazia. I nostri avi hanno lottato per secoli per superare una società feudale nella quale i ricchi e i potenti possedevano servi e schiavi che svolgevano per loro servizi e attività che loro stessi non volevano fare. Camerieri, cuochi, sarti, servitù di vario genere che accudivano e curavano i loro padroni. La democrazia ha detto che gli esseri umani nascono e restano uguali, e che non devono esistere persone costrette a servire altri più potenti. Oggi, sotto un velo ideologico che impedisce di vedere con chiarezza i veri rapporti e valori in gioco, stiamo tornando ad un sorta di nuovo feudalesimo, dove chi possiede denaro compra non solo servizi ma persone che si prendono cura di loro, costrette dalla loro povertà e indigenza. Sono contratti, certo, non più stati giuridici di servitù o schiavitù; ma siamo sempre in presenza di persone ricche e potenti che dispongono di persone povere e deboli che pur di sopravvivere sono disposte a tutto: a lasciare i propri figli e genitori in patria per occuparsi dei nostri, ad affittare l’utero, a vendere un organo o magari bambini e figlie. Ieri si diventava schiavi per guerre o per debiti: oggi si continua a diventare di fatto schiavi per povertà.

Che fare allora? La filosofa canadese Jennifer Nedeslky ha una proposta radicale, ma estremamente affascinante: ridurre le ore di lavoro per aumentare quelle gratuite di cura. Secondo questa filosofa (e secondo me) la nostra civiltà dei consumi sta conoscendo un grave paradosso: da una parte abbiamo elite che lavorano troppo e che soffrono di ansia e burn-out per eccessivo lavoro e che non sono capaci, in genere, di cura; dall’altra una quantità crescente di disoccupati che vengono espulsi dal mondo del lavoro e che per sopravvivere devono occuparsi della propria cura (che non possono comprare sul mercato) e di quella dei ricchi. Ecco allora la sua proposta: ridurre la settimana lavorativa di tutti a trenta ore settimanali, e chiedere a ciascuna persona adulta di donare gratuitamente alla propria famiglia o comunità non meno di dodici ore di cura alla settimana.  Una persona matura e eccellente deve avere nel pacchetto di ore che offre alla società una parte di ore di lavoro retribuito e una parte di ore di cura non retribuite.

Quali sarebbero i grandi vantaggi se una tale riforma si attuasse? Innanzitutto si opererebbe naturalmente una ridistribuzione del lavoro. Non è più sostenibile che ci siano persone che lavorano fino a settant’anni, in un’età della vita dove è bene occuparsi d’altro, e che giovani di 25 o 30 anni restino a casa ad assistere, tristi, al deterioramento del loro capitale umano e motivazionale. ‘Lavorare meno lavorare tutti’ non è un slogan da applicare soltanto alle singole imprese in tempo di crisi: deve diventare un progetto politico ed economico (e previdenziale) per la società tutta intera.
In secondo luogo di renderebbe più sostenibile e buona la vita delle donne. I dati dicono che oggi in tutto il mondo le donne continuano ad offrire molta più cura degli uomini. In Italia una donna lavoratrice, sommando il lavoro fuori con quello dentro casa, lavora in media quasi due ore di più degli uomini della sua stessa età – un divario che può arrivare fino a tre ore se questa donna ha bambini piccoli. Se, invece, queste donne (chiamate ‘generazione sandwich’) oltre ad avere bambini piccoli hanno anche genitori anziani (ancora abili) da curare, i dati dicono che sono avvantaggiate nel mercato del lavoro rispetto alle donne che hanno solo bambini senza genitori. Come a dire che i benefici di cura offerti dai nonni superano i costi che i figli sostengono per il loro accudimento – occuparsi di un genitore non è mai solo un costo.

C’è bisogno di redistribuire il lavoro ma non è meno urgente redistribuire la cura. Se ciascun adulto, donna e uomo, indipendentemente dal proprio stipendio donasse 12 ore di cura la settimana alla propria famiglia e alla propria comunità, avremmo una significativa redistribuzione di reddito e applicheremmo in concreto quel principio di fraternità che la modernità volle porre a proprio fondamento, e che questo nostro capitalismo relega sempre più sullo sfondo del proprio paesaggio, dominato dai consumi e dalla finanza.

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