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Impariamo a vedere l'albero che cresce

Ci sono più innovazioni di quelle che vediamo. Dobbiamo accompagnarle a fioritura

di Luigino Bruni

da  "Economia di Comunione - una cultura nuova" n.41 - Inserto redazionale allegato a Città Nuova n.13/14 - 2015 - luglio 2015

N41 Pag 09 Luigino Bruni Autore ridPer questo convegno a Nairobi abbiamo scelto la parola “generatività”. Generare è legato a una parola economica importante: innovazione. Non tutti sanno che innovazione è una parola della botanica. La si usa per i germogli e i nuovi rami. Le innovazioni hanno bisogno di radici, terreno buono e una pianta viva. Sono vita che fiorisce, generatività in atto. E quelle innovazioni che diventano cibo, giardini, parchi, richiedono anche il lavoro e la pazienza del contadino o del giardiniere, che le accompagnano e accudiscono. È così che il germoglio diventa fiore, la vigna produce buon vino, la pianta di fico torna a generare frutti dopo anni di sterilità, e non muore.

Per comprendere cosa stia accadendo alla nostra economia e società, avremmo bisogno di tornare al significato botanico del termine innovazione.

Un primo messaggio che ci arriva dalla logica dell’innovazione-germoglio si chiama sussidiarietà: le nostre mani e la tecnologia possono solo sussidiare l’innovazione, possono cioè aiutare il germoglio a fiorire; non possono inventarlo. La parte più importante del processo di innovazione dipende poco dagli interventi artificiali delle varie “mani”: essa sboccia, prima di tutto, per la sua forza intrinseca. Per questa ragione è solo illusione pensare di aumentare le innovazioni nella nostra economia senza occuparci prima della salute dell’humus, della terra, degli alberi e delle piante. Le innovazioni economiche e sociali dell’Africa nasceranno prima di tutto dal suo humus, la sua terra, e non da mani esterne, neanche dalle mani dell’EdC mondiale, che possono intervenire solo dopo per aiutare a far crescere i germogli.

Nel nostro tempo ci sono più innovazioni di quelle che vediamo, anche in Africa, perché le N41 Pag9 Nairobi Palco ridcerchiamo nei terreni sbagliati. L’EdC è dono di occhi capaci di vedere germogli dove gli altri vedono solo deserti. È l’impoverimento dello sguardo, del senso collettivo della vista, che accorcia gli orizzonti e ci imprigiona nei problemi, che pure sono sempre abbondanti e che ci impedisce, anche in Africa, di vedere la tanta nuova economia che già c’è, spesso in mezzo ai poveri, affamati di cibo e di vita nelle periferie delle grandi città. I popoli guariscono quando dentro le sofferenze e le aridità del “già” sanno vedere un “non ancora” possibile e migliore. La speranza è viva e all’opera quando, insieme alla foresta che cade, sappiamo vedere l’albero che cresce e, attorno a questo nuovo virgulto, sognare e vedere la foresta di domani. L’albero che cresce c’è già, dobbiamo imparare collettivamente a vederlo e accompagnarlo a fioritura. Ce ne sono molti di questi alberi qui, nelle terre africane. Ci sono già imprese EdC, molti giovani si sono messi in cammino, spesso insieme: è da questi germogli che dobbiamo imparare a vedere la foresta.

A vedere gli alberi diversi carichi di boccioli si impara, e quasi sempre durante le crisi dell’esistenza, quando il luccichio delle lacrime fa vedere diversamente e di più, comprese quelle lacrime per i giovani trucidati dai terroristi qui in Kenya, ancora presenti e dolorose nei nostri occhi e che non dobbiamo asciugare del tutto per tener viva la memoria.

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