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Le vere ricchezze e povertà

La miseria, specchio di relazioni malate. I cinque “capitali” essenziali per la vita

di Luca Crivelli

da  "Economia di Comunione - una cultura nuova" n.41 - Inserto redazionale allegato a Città Nuova n.13/14 - 2015 - luglio 2015

N41 Pag 14 Luca Crivelli Autore ridTolstoj affermava: «Tutte le famiglie felici si somigliano, ogni famiglia infelice è invece infelice a modo suo». Per il grande scrittore e filosofo le povertà sarebbero tante, mentre la ricchezza una sola. Non sono d’accordo: povertà e ricchezza sono due facce della stessa medaglia. Le povertà sono tante, ma altrettante le ricchezze. Il mondo occidentale, con i suoi indicatori quantitativi, di ricchezze riesce ormai a vederne solo una: il Pil. Ma in Africa, accanto ai tanti volti della povertà, ho potuto contemplare le ricchezze più varie.
Come sottolinea il drammaturgo keniota Ngugi wa Thiong'o, per decolonizzare la nostra mente e imparare nuovamente a chiamare le povertà per nome, è essenziale riappropriarci del linguaggio degli antenati. Nel mondo antico un individuo poteva essere nello stesso tempo ricco e povero: molto agiato nel profilo materiale e povero per la ristrettezza di vedute e la mancanza di magnanimità.

Per questo chi vive per un’Economia di Comunione cerca di comprendere quali siano i “beni capitali” che fanno difetto, per porre rimedio. Tra i valori patrimoniali più importanti per la vita troviamo i seguenti:
1.    umano (bagaglio di conoscenze, formazione, competenze ed esperienza)
2.    psicofisico (salute fisica e mentale, autostima, controllo sulla propria vita)
3.    relazionale (reti sociali che assicurano identità, protezione e supporto sociale e sono essenziali per la fioritura umana)
4.    sociale (norme, fiducia, regole di condotta condivise)
5.    spirituale (vita interiore, resilienza, orizzonti di senso).

In conclusione, se c’è un grande assente nel discorso contemporaneo sul benessere, N41 Pag 14 Nairobi Argentini ridanche nella variante più evoluta della science of happiness, questo è la Comunione, che ha tre premesse: è una faccenda di libertà, quindi non può essere imposta; presuppone la giustizia, ossia il riconoscimento dell’uguaglianza di ogni donna e uomo e della dignità di ogni persona, a prescindere dai meriti individuali; si incarna nella fraternità, intesa come capacità di fare spazio all’altro e di ricevere spazio nell’altro. La fraternità consente agli uguali di essere persone diverse fra loro e considera queste diversità una ricchezza.

Per questo, se vuol essere “di comunione”, la fraternità deve essere cosmopolita, raggiungere le periferie in modo da evitare di rimanere entro i confini di comunità determinate da prossimità sociale, culturale, politica o religiosa. Come nella parabola del buon samaritano, anche noi possiamo diventare i “prossimi” di persone apparentemente lontane, se siamo capaci di riconoscere la possibilità che ci è data di esercitare un impatto sulla loro vita. Perché è vero che dalla povertà si esce con le proprie gambe; ma non essendo la povertà una condizione prevalentemente individuale quanto piuttosto lo specchio di relazioni malate, è altrettanto vero che da essa non si esce da soli ma insieme.

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