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Dalla vita dell’Edc alcune idee guida per ripensare il sistema economico

Logo_Brasile_2011_rid2Panel 3 "Aspetti istituzionali e dimensione culturale", 28 maggio 2011. Riportiamo l'intervento integrale di Benedetto Gui

Dalla vita dell’Edc alcune idee guida per ripensare il sistema economico

di Benedetto Gui

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La proposta dell’EdC non ha nulla in sé che si opponga al sistema economico capitalistico. Anzi, ne adotta l’istituzione più tipica, l’impresa, accettando le norme giuridiche che la regolano. Certo, poi chiede di destinare i profitti a finalità di bene comune, ma questo è lasciato alla libera decisione dei proprietari, e comunque tutto il resto della gestione dell’impresa potrebbe restare tale quale.

Uno di quelli che hanno letto l’EdC in questo modo è Serge Latouche, uno studioso francese molto conosciuto come teorico della  ‘decrescita’. Come molti sanno, in un suo libro del 2003 Latouche criticava l’EdC proprio perché, secondo lui, accetta il sistema capitalistico cosi com’è e si limita a chiedere ai padroni di fare un po’ di beneficienza con i loro profitti, secondo una logica paternalistica d’altri tempi.

Prendiamo la critica di Latouche come l’indicazione di un pericolo che l’EdC potrebbe correre il giorno in cui perdesse la sua carica di profezia, e guardiamo invece quali idee guida emergono dalla vita dell’EdC, nella misura in cui essa è fedele al suo dover essere.  Si tratta di idee che con il sistema capitalistico che tutti conosciamo non si pongono in aperto conflitto, ma che nel loro insieme delineano un modo molto diverso di pensare e di fare economia.

Ne citerò alcune.
1) Quale logica di comportamento nei confronti degli altri soggetti con cui l’impresa interagisce nel mercato?
Una caratteristica basilare delle imprese EdC è una continua attenzione agli effetti che la loro attività, svolta all’interno del mercato, esercita su clienti, lavoratori, fornitori, perfino sui concorrenti. Un’attenzione che al momento delle scelte si traduce nello sforzo di tener conto anche degli interessi e delle aspirazioni degli attori economici circostanti. La storia delle imprese EdC è una miniera di esempi al riguardo. Penso a quell’impresa argentina che dà una seconda opportunità ad un lavoratore  che era stato licenziato per scarso rendimento; a quell’impresa spagnola che ha avviato una produzione di sapone per riciclare l’olio usato per friggere, perché non andasse ad inquinare l’ambiente; a quell’imprenditore italiano che andava ogni settimana presso l’azienda di un concorrente malato, nel tentativo di aiutarlo a tenere in vita l’impresa; …

Questo modo di interpretare il proprio ruolo nel sistema economico si contrappone all’idea che in un contesto di mercato ciascun soggetto sia autorizzato a perseguire il proprio interesse con l’unico limite, nei confronti degli altri attori economici, di evitare quanto proibito dalla legge (se non, talvolta, quanto le autorità preposte riescono effettivamente a proibire). In questa visione l’impresa sarebbe un soggetto sostanzialmente amorale, nel senso che non sarebbe tenuto a sottoporre le proprie azioni ad altre valutazioni se non a quella della convenienza. A peggiorare la situazione c’è il fatto che spesso i proprietari sono numerosi e lontani dalla gestione quotidiana e concedono ad amministratori e dirigenti una delega molto ampia, che si può sintetizzare così: fai come credi, se fai le cose correttamente tanto meglio, ma noi ti giudicheremo in base ai risultati economici che otterrai.

Le imprese di questo tipo sono quindi portatrici di un interesse economico astratto e anonimo che le spinge a ricercare continuamente opportunità di profitto non ancora sfruttate, ovunque si presentino, sorde ad ogni altro genere di considerazione. Da questo stato di cose possono sì nascere dei benefici per i consumatori – ciò avviene quando la ricerca del profitto si esprime in una competizione corretta, giocata in termini di prezzi più appetibili e/o di migliore qualità - ma ci sono mille modi in cui la caccia ai profitti può rivelarsi dannosa per la società, tanto più quando chi dovrebbe garantire il rispetto delle regole del gioco è una pubblica amministrazione inadeguata o addomesticata. Tra i tanti che si potrebbero citare ricordo solo il caso delle società finanziarie che si sono arricchite concedendo credito sotto forma di mutui immobiliari a soggetti economicamente poco affidabili e rivendendo poi nel mercato finanziario questi crediti dopo averli ‘impacchettati’ in cosiddetti titoli ‘salsiccia’. Alla fine il valore di questi titoli è crollato, provocando delle perdite gigantesche non solo a chi li aveva acquistati, ma a moltissimi altri investitori (il crollo di quei titoli aveva destabilizzato molte altre istituzioni finanziarie, per via di un disastroso ‘effetto domino’); senza contare le centinaia di milioni di persone sparse in tutto il mondo che sono state colpite dalla crisi economica che ne è seguita.  

Riassumendo e semplificando, l’EdC ha del mercato una visione positiva, in piena sintonia con recente enciclica Caritas in Veritate. Ma non crede alla visione ottimistica - e, potremmo aggiungere, anche ideologica - del mercato come meccanismo capace di trasformare magicamente l’interesse privato in servizio all’interesse pubblico; proprio per questo essa proclama (non tanto con le parole quanto con i fatti) che per servire il bene comune serve qualcosa di più della ricerca dell’economicità: serve una forte responsabilità morale, attenta agli effetti sugli interlocutori dell’impresa, a cominciare dai più vicini; il tutto, però, con buon senso e lungimiranza, per evitare che il risultato sia la paralisi delle strategie di cambiamento dell’impresa.  E in più, sa che serve una regolamentazione che favorisca i comportamenti utili all’intera società e ostacoli quelli opportunistici.

2) Piccolo è bello?
Collegato al precedente è il tema della dimensione delle imprese. Le imprese che aderiscono all’EdC sono mediamente piccole e hanno strutture proprietarie semplici (in grandissima parte sono imprese familiari), due condizioni che facilitano l’esercizio di una responsabilità morale personale. Ciò significa che l’EdC guarda con sospetto alla grande dimensione? Direi di sì, quando la grande dimensione è funzionale soprattutto ad esercitare un forte potere economico (ed eventualmente anche politico). Vale anche qui a mio avviso il principio di sussidiarietà, che in genere viene riferito solo ai livelli di governo, ma che invece ha qualcosa da dire anche al mondo delle imprese: non è bene che le decisioni siano prese a molti livelli gerarchici di distanza (e magari a migliaia di chilometri di distanza) dai soggetti che ne ottengono i benefici o ne sopportano i costi (pensiamo ai clienti o ai lavoratori), perché così si rischia sistematicamente di dimenticare alcune importanti esigenze di costoro. Secondo questa visione per giustificare la grande dimensione devono esserci delle buone ragioni (ad esempio, la presenza di forti economie di scala – pensiamo alla produzione automobilistica).
Ritengo comunque che l’EdC, cooperative a parte, non debba limitarsi alle imprese familiari. Piuttosto occorre chiedersi come far sì che la sua ‘filosofia’ possa trovare spazio anche in organizzazioni più grandi. Dato che nessuno vuole che le finalità dell’EdC siano imposte controvoglia ai soci di minoranza, occorre pensare all’ingresso nel capitale azionario di fondi di investimento che condividano quelle finalità, o perché essi stessi parte del progetto EdC, oppure perché vicini dal punto di vista valoriale (penso comunque a fondi con una chiara connotazione ‘etica’). Naturalmente, via via che la struttura proprietaria diventa più complessa, diventa sempre più importante assicurare una forte ‘accountability’ nei confronti dei finanziatori, non solo in materia finanziaria, ma anche a riguardo delle scelte strategiche e della loro coerenza con l’EdC. Da questo punto di vista le società che gestiscono i Poli - gli unici esempi, a mia conoscenza, di società di capitali ad azionariato diffuso all’interno del progetto EdC - possono svolgere il prezioso ruolo di laboratori.   

Il fatto che l’impresa si attribuisca una responsabilità morale nei confronti di tutti gli interlocutori, cosa che abbiamo visto caratterizzare l’EdC, fa inevitabilmente pensare all’analoga espressione ‘responsabilità sociale d’impresa’, un’espressione che negli ultimi anni è diventata molto di moda. Nella misura in cui la responsabilità sociale d’impresa non sia solo una strategia di promozione dell’immagine, ma comporti un’effettiva adozione di criteri di scelta che prendano sul serio gli effetti dell’attività dell’impresa sui soggetti con cui essa interagisce, l’EdC non può non vederla con simpatia, come una manifestazione – magari meno impegnativa – di alcuni degli orientamenti che la caratterizzano.

3) I compensi di amministratori e manager.
La logica dell’EdC si contrappone anche ad un'altra caratteristica del sistema capitalistico odierno: l’attribuzione di compensi elevatissimi ai dirigenti delle grandi imprese, in varie forme (tra cui: ‘bonus’, ossia premi collegati all’ottenimento di utili elevati, consistentissimi; ‘stock options’, ossia la facoltà di acquistare cospicui pacchetti azionari a prezzi bloccati, cosa molto vantaggiosa se le quotazioni salgono; o paracaduti d’oro, ossia liquidazioni stratosferiche in caso di licenziamento). In queste pratiche vi è un aspetto patologico: che non di rado sono delle forme nascoste di appropriazione indebita, perché deliberate da amministratori conniventi, con la giustificazione che  incentiverebbero i dirigenti a fare gli interessi degli azionisti. In realtà, se questa fosse la loro ragione, non sarebbe necessario che i premi fossero così elevati, e inoltre i premi dovrebbero essere disegnati diversamente.

La contraddizione è apparsa molto evidente in occasione della recente crisi finanziaria, quando i dirigenti delle grandi banche d’affari si dividevano bonus per miliardi di dollari nello stesso momento in cui gli azionisti avevano subito gravi perdite e le finanze pubbliche avevano dovuto intervenire per evitare disastrosi fallimenti.  Ma lasciamo pur stare l’aspetto patologico. Avere un manager anziché un altro può avere effetti miliardari sui profitti di una grande impresa; non è impossibile allora che, solo per effetto dei meccanismi di mercato, i candidati più qualificati possono riuscire a spuntare retribuzioni centinaia di volte superiori a quelle dei loro dipendenti. La cosa assomiglia ai compensi degli intermediari commerciali, che, per il fatto di essere riusciti a condurre in porto un contratto, riescono a ottenere per sé una percentuale dell’affare: una cifra spesso spropositata rispetto al compenso a cui si arriverebbe conteggiando, anche molto generosamente, le ore di lavoro dedicate all’intermediazione.

Nell’EdC, che pure opera nel mercato, la logica è evidentemente un’altra. La scintilla da cui l’EdC è nata è proprio l’osservazione che nella società brasiliana – come dappertutto – alcuni avevano competenze, capitali e capacità imprenditoriali in eccesso rispetto ai loro bisogni, mentre per ampie fasce della popolazione era vero il contrario. Da cui l’invito ai primi ad intraprendere anche a beneficio anche dei secondi. In altre parole, l’EdC nasce per andare oltre l’usuale logica del mercato, per cui dalla propria partecipazione all’attività economica ognuno ottiene in base a quante risorse ha da mettere in campo e alla propria forza contrattuale. Questo orientamento controcorrente dell’EdC non si rivela solo nella destinazione degli utili a beneficio di chi ha di meno, ma anche in comportamenti meno visibili, come ad esempio la decisione di impegnare il proprio tempo e i propri capitali per far nascere o sostenere un’impresa che si impegna per la promozione umana e valorizza anche i lavoratori meno qualificati, piuttosto che indirizzarsi dove le prospettive di profitto siano più alte. Non può non venirci in mente François Neveux, che è venuto proprio qui ad impiantare una piccola impresa per sostenere la nascita del Polo Spartaco, anziché accettare un’offerta di business economicamente più promettente che gli veniva dalla Cina.

4) Attività economica perché?
Qui si innesta la questione del senso, del significato, che l’attività economica riveste per chi la svolge. Essa riguarda certamente, come dicevamo, l’attività imprenditoriale. Ma non solo. A cascata essa si ripropone per tutte le categorie di lavoratori.
La visione prevalente – quella che i grandi mezzi di comunicazione tendono a dare per scontata - è che impegnarsi nell’attività economica serve a guadagnare, perché la vita economica è per sua natura strumentale: i soldi guadagnati servono a finanziare quello che si fa in altri ambiti della vita.

Sarà lì semmai che si porrà la domanda di senso, nel momento in cui destiniamo il nostro reddito ad acquistare qualcosa che possa servire a se stessi o alla propria famiglie, o anche, se crede, ad aiutare gli altri.

C’è però un’eccezione a quanto ho detto sopra: oltre che per guadagnare si ammette che le persone si impegnino per ottenere prestigio o potere. E’ per questo che, per motivare i lavoratori, le imprese, oltre ai premi monetari, usano sistematicamente la leva dell’avanzamento di carriera (un riconoscimento pubblico delle proprie qualità, a cui è associata una maggiore autorità, oltre ad un aumento retributivo). In certi casi, per motivare all’impegno, si servono anche del prestigio che i lavoratori ricavano per il fatto di far parte di un’organizzazione ‘eccellente’ agli occhi della clientela o dei concorrenti. Per inciso, anche la pubblicità punta sul prestigio associato all’acquisto di beni che non tutti possono permettersi, incoraggiando la tendenza degli esseri umani a competere anche nella vita privata, e non solo nelle o attraverso le imprese.

Tutto ciò è perfettamente comprensibile, ma il fatto di puntare solo su queste leve, di proporre solo questi come valori, ha almeno due effetti indesiderabili. Il primo è che per una persona, o per un gruppo, che raggiunge il successo o l’eccellenza, ce ne sono 10, o 100, o 1000 che non li raggiungono; come a dire che un sistema economico-sociale che punta tutto sulla competizione - tra le persone, le imprese, e magari anche tra le nazioni - è inevitabilmente destinato a produrre molta frustrazione. Il secondo aspetto indesiderabile è che l’obiettivo del denaro o del successo tocca solo una parte, e non la più importante, delle persone, lasciando inappagato il desiderio di trovare in ciò che facciamo un significato più profondo, distinto dai vantaggi che possiamo ricavarne. E la vita economica è una parte troppo grande della vita delle persone per poter essere condannata alla sola logica strumentale. Anche perché poi c’è il rischio che la stessa logica sconfini e venga usata anche nei rapporti familiari, sociali, associativi, e così via, condannando la totalità delle nostre azioni a non avere senso in sé, perché dovrebbero servire a qualcos’altro che slitta sempre più in là.
Una delle caratteristiche, e al tempo stesso uno dei punti di forza dell’EdC, è, al contrario, la possibilità di proporre ai lavoratori di essere partner in un’intrapresa che ha come scopo primario non l’arricchimento dei suoi proprietari, ma la creazione di ricchezza per tanti (gli stessi che ci lavorano, ma anche altri, magari sconosciuti, i cui bisogni primari attendono di essere soddisfatti). Senza dimenticare l’altro obiettivo, che l’impresa diventi un luogo di interazione positiva tra, e al  servizio di, tutte le persone coinvolte: i lavoratori in primis, ma poi anche i clienti, i fornitori, ecc…

Per convincersi che non stiamo parlando solo di etica, ma anche di economia, si tenga presente che se l’interazione con colleghi, superiori e inferiori gerarchici è una componente importante di un ‘job’ anche tecnico, al punto che non si sa se per svolgere in modo efficace il suo ruolo siano più importanti le competenze e la formazione tecnica, o la capacità di rapportarsi positivamente con superiori, inferiori o pari grado. Come a dire che un buon lavoratore deve essere anche uno ‘specialista in relazioni interpersonali’, un po’ – mi si permetta un paragone che potrebbe suonare un po’ dissacrante, ma non lo è – come quegli ‘animatori’ che lavorano nei villaggi di vacanze, la cui professionalità si gioca nel riuscire a far interagire in maniera piacevole e costruttiva gli ospiti. Queste considerazioni – si noti – non valgono solo per le ‘organizzazioni a movente ideale’; valgono anche per le normali imprese, solo che gli occhiali che in genere indossiamo quando ragioniamo di economia permettono di mettere bene a fuoco certi fenomeni, ma non altri.

5) Se i clienti si dichiarano contenti di comprare i nostri prodotti, di cos’altro ci preoccupiamo?

Un altro punto che merita sottolineare, che si ricollega al precedente, è che servire davvero i clienti significa porsi al servizio delle loro esigenze e non, cosa molto diversa, convincerli a comprare quello che ci interessa vendere loro. Un buon esempio del primo tipo ce lo dà un imprenditore recentemente intervistato nel notiziario EdC, che, poco convinto di un trattamento fitosanitario che un cliente voleva fare, aveva voluto fare una verifica sul terreno, arrivando alla conclusione che non ne valeva la pena. Il cliente non credeva ai suoi occhi: “Hai fatto 200 kilometri per convincermi a non comprare il tuo prodotto!”. Non è questa la logica usuale del marketing, oggi più agguerrito che mai.

Non c’è dubbio che na delle caratteristiche che distinguono il sistema economico attuale da ogni altro sistema economico, del passato prossimo o del passato remoto, è l’invadenza delle proposte commerciali nel vissuto quotidiano dei cittadini. Su questo ci sarebbero moltissime cose da dire, ma mi limiterò ad una sola. L’invadenza della pubblicità non sarebbe così preoccupante se non andasse a toccare un punto debole: la difficoltà di definire e poi di mantenere, in mezzo ad un numero di possibilità e di proposte grande come non mai, un ordine di priorità tra le destinazioni alternative del proprio tempo e del proprio denaro, in modo da riuscire a perseguire il proprio ‘progetto di vita’ (tra coloro a cui va il merito di aver portato questo tema nel dibattito economico ricordo Amartya Sen e, prima di lui, Giacomo Becattini). In ballo, allora, c’è molto di più che non la semplice scelta tra un bene di consumo ed un altro, che è quello che sta a cuore ai pubblicitari; c’è il rischio che, in mezzo al ‘rumore di fondo’ del continuo bombardamento di inviti ad autogratificarsi comprando questo o quel prodotto, i membri della società dei consumi perdano l’orientamento e si ritrovino in percorsi che a mente fredda non avrebbero mai scelto, o forse addirittura finiscano per perseguire dei ‘non-progetti’. Ce lo dimostra il fatto che la crescita economica che molti paesi hanno sperimentato nei passati decenni fatica a trasformarsi in maggiore ‘felicità’ (o benessere percepito), come documentato da numerosi studi. Senza un ragionevole progetto di vita e la capacità di perseguirlo insieme agli altri, la maggiore disponibilità di beni convenzionali, spesso accompagnata da una crescente scarsità di ‘beni relazionali’, rischia di avere nella nostra vita personale effetti controproducenti. Un po’ come avviene nel traffico delle nostre città: che una maggiore abbondanza di automobili, magari sempre più sofisticate e costose, anziché facilitare gli spostamenti, li rallenta.

Anche a questo riguardo, quindi, la logica dell’EdC si discosta molto da quella oggi prevalente ed è in  sintonia con le proposte legislative volte a ridurre o scoraggiare l’invadenza pubblicitaria, che iniziano, ancora un po’ timidamente, a circolare.

6) Chi si preoccupa della distribuzione del reddito?
Alcune delle cose che ho detto più sopra portano a ridimensionare l’importanza dei beni convenzionali e del reddito che consente di acquistarli. Non vorrei che da queste affermazioni qualcuno ricavasse l’idea che per quelli dell’EdC dividere equamente il reddito non sia importante. Tutt’altro!
Il tema di una giusta distribuzione del reddito è del tutto estraneo all’usuale logica delle imprese, che sono ben liete di lasciarlo alla responsabilità dei governi, assoggettandosi in modo più o meno riluttante alle conseguenti contribuzioni fiscali. Non vorrei fargliene una colpa; la cosa è comprensibile. Sta di fatto, però, che negli ultimi 20 anni, per l’operare di vari fenomeni, le disparità di reddito si sono ampliate all’interno dei vari paesi e anche a livello mondiale, ma l’opinione pubblica sembra poco disponibile a fare qualcosa per contrastare questa tendenza. Lo stesso pensiero politico liberale, che di certo non è il più interventista, ha sempre indicato, tra gli obiettivi che una società giusta deve darsi, l’uguaglianza almeno dei punti di partenza. Ciò significa, come minimo, scuola e cure sanitarie decenti per tutti i bambini, a prescindere dalla situazione economica dei genitori. Purtroppo un simile obiettivo sembra, non solo lontano, ma quasi dimenticato.

L’atteggiamento dell’EdC a questo riguardo è chiaramente diverso. Quello che vorrei sottolineare è che, se i proprietari delle imprese EdC sono disposti a rinunciare volontariamente a parte dei loro profitti a favore di persone che versano in condizioni di indigenza, essi stanno ‘gridando silenziosamente’ un chiaro un messaggio politico: combattere la miseria e la disguaglianza è un compito prioritario delle nazioni e della società internazionale; quanto stiamo facendo dimostra che ci crediamo e che pensiamo che valga la pena fare dei sacrifici in vista di un’economia più giusta.

Si potrebbe continuare, ma mi sembra che da quanto già detto si possa davvero arrivare alla conclusione che dalle idee guida dell’EdC venga fuori una visione del sistema economico, e di come esso debba essere indirizzato, tutt’altro che appiattita sul il modo di pensare corrente. Le frasi di Serge Latouche da cui sono partito rappresentano per noi una sfida. Quanto già stiamo facendo e quello che ci stiamo proponendo da qui al 2031 dicono che questa sfida la abbiamo raccolta.

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