ARCHIVIO ARTICOLI

Lingua: ITALIANO

Povertà e sviluppo:le sfide dell'EdC oggi

Logo_Brasile_2011_rid2Panel 2 "Povertà e sviluppo", 27 maggio 2011. Riportiamo l'intervento integrale di Francesco Tortorella, responsabile Progetti di Sviluppo Edc-Amu

Povertà e sviluppo:le sfide dell'EdC oggi

di Francesco Tortorella

110527_Ginetta_Francesco02_ridNegli ultimi quattro anni ho avuto la possibilità di seguire da vicino le attività e i progetti realizzati con gli utili messi in comunione dalle imprese EdC a favore delle persone in necessità. In questo panel su “povertà e sviluppo” vorrei darvi, quindi, uno sguardo “dall'interno” su qual'è stata l'esperienza dell'EdC in questo ambito negli ultimi anni e su quali sono, a mio avviso, le sfide che abbiamo davanti per i prossimi anni.

Nel lanciare l'idea dell'Economia di Comunione, Chiara Lubich aveva detto che il suo obiettivo sarebbe stato mostrare al mondo una comunità in cui non c'è nessun bisognoso, sull'esempio delle prime comunità cristiane. Dunque, c'è un doppio obiettivo per l'EdC: quello di risolvere un problema concreto di bisogni e quello di realizzare in piccolo un modello da mostrare al mondo.

In questo doppio obiettivo c'è una visione profetica con un grande orizzonte e c'è uno spunto per rispondere ad alcune sfide che oggi la storia ci pone. Quello che accade oggi nel mondo ci interpella; la disfatta del modello di sviluppo che domina il pianeta ci pone una sfida: siamo in grado di proporre un modello alternativo?

Il problema oggi non è più semplicemente quello di sopperire a delle necessità, non è più solo “sfamare” o curare, la storia oggi ci chiede di più: realizzare e mostrare un nuovo modello di sviluppo.
E quale modello di sviluppo noi possiamo realizzare e mostrare?

La Chiesa ce lo suggerisce ed abbiamo le potenzialità per realizzarlo.
Già San Paolo insegnava che la persona vive in tre dimensioni – il corpo, l'anima e lo spirito – e che quindi può essere pienamente felice quando sente soddisfatti i tre tipi di bisogni: quelli corporali (i cosiddetti “basic needs”), quelli relazionali e quelli spirituali. In questo senso quello che la Chiesa chiama “sviluppo integrale” è un processo a tre dimensioni, che coinvolge il rapporto con sé stessi e col proprio corpo, il rapporto con le altre persone, il rapporto con Dio. Tutte e tre queste dimensioni vanno coltivate e sviluppate contemporaneamente per vivere una vita piena e felice.
Nell'enciclica Caritas in Veritate, Benedetto XVI afferma che: «Il tema dello sviluppo coincide con quello dell'inclusione relazionale di tutte le persone e di tutti i popoli nell'unica comunità della famiglia umana […]. Questa prospettiva trova un'illuminazione decisiva nel rapporto tra le Persone della Trinità nell'unica Sostanza divina» . La Chiesa propone cioè, come modello di sviluppo integrale, l'attuazione dei rapporti trinitari fra le persone, e più avanti propone il rapporto d'amore fra gli sposi come attuazione concreta di quel modello, da imitare su più ampia scala.
Dunque, immaginate che obiettivo immenso hanno le nostre attività di sviluppo: vivere e mostrare rapporti trinitari fra chi gestisce i progetti e le persone in necessità, fra chi produce ricchezza in sovrappiù e chi non riesce a soddisfare le proprie esigenze, ecc...
Potremmo parlare di uno “sviluppo di comunione”, come modello da realizzare e mostrare.

Ora, per realizzare questo modello di sviluppo, che sia realmente alternativo, abbiamo davanti delle sfide. Tre sono, secondo me, le principali:
1.    far sì che non ci sia più nessun bisognoso, cioè: risolvere i problemi in maniera efficace;
2.    agire in comunione, cioè: “lavorare con” e non “lavorare per”;
3.    aprirci all'umanità, cioè: realizzare un modello inclusivo.

1    La prima sfida.
Per poter realizzare un modello di sviluppo credibile, dovremmo poter dimostrare che questo modello risolve i problemi che si propone di risolvere. Ora, siamo riusciti in questi anni a realizzare un comunità in cui non c'è più nessun bisognoso?
La risposta certa è che non lo sappiamo, l'impressione è che non ci siamo ancora riusciti.
Non lo sappiamo, perché in questi anni non abbiamo rilevato i dati sui risultati delle attività di “aiuto”. Conosciamo il numero delle persone in necessità coinvolte ogni anno: all'inizio 5.000, poi 12.000, ora 3.500... ma queste cifre non ci dicono niente sui risultati ottenuti. Non sappiamo se le 3.500 persone coinvolte lo scorso anno siano comprese nelle 12.000 coinvolte alcuni anni fa o nelle 5.000 coinvolte fin dall'inizio. Sappiamo solo che circa il 20% di esse ha bisogno di assistenza permanente; per il restante 80% che ha bisogno di assistenza temporanea, può darsi che si tratti di persone totalmente nuove e che quindi siano state risolte le necessità delle persone coinvolte in passato; può anche darsi che siano le stesse persone dal 1991, cioè che siano assistite da vari anni senza aver risolto nulla. Tra l'altro sappiamo che il numero di persone in necessità coinvolte è calato negli ultimi anni per un motivo ben preciso: perché è aumentata la comunione dei beni locale, quindi per tante persone non si chiede più “aiuto” al Centro perché si risponde con risorse locali. Ma anche questo non ci dice nulla sul fatto che i problemi siano stati risolti o meno.
La sfida è grande, in questo ambito. Riuscire ad affrontare e risolvere problemi di “povertà” o di “miseria” è difficilissimo, non a caso c'è ancora così tanta disuguaglianza nel mondo. Per poter avere dei risultati, anche piccoli, occorre preparazione ed esperienza, occorre professionalità, almeno un po', come per ogni lavoro.
Ora, al di là dei dati sulle persone “aiutate”, il modo in cui abbiamo gestito gli “utili” negli anni passati è stato principalmente orientato alla condivisione, al mettere in comune da fratelli ciò che si ha, e non tanto a risolvere i problemi delle persone coinvolte. Abbiamo puntato, cioè, a salvaguardare lo spirito di famiglia, trascurando a volte di chiederci se le azioni realizzate fossero efficaci nel risolvere i problemi. Forse spesso abbiamo avuto paura di gestire le attività o i progetti con professionalità, temendo che questo potesse mettere in pericolo la genuinità della condivisione, dello spirito di famiglia.
La sfida oggi è: come possiamo risolvere le situazioni di povertà in maniera efficace, salvaguardando al contempo lo spirito di famiglia?

2    La seconda sfida.
Il modello di sviluppo in cui siamo immersi, focalizzato sulla ricchezza e sul consumo, ci ha abituati a pensare che ci siano persone che hanno di più e persone che hanno di meno, e – nel migliore dei casi – che chi ha di più debba aiutare chi ha di meno, facendo qualcosa per lui. Vedete, è un rischio subdolo che tutti noi corriamo inconsciamente: l'imprenditore può credere di avere di più perché produce ricchezza e sentire il dovere di donarla “per” chi ha di meno; le persone che coordinano le attività di assistenza e i progetti possono credere di avere di più perché hanno un'istruzione migliore o un ruolo sociale più alto e quindi sentire il dovere di pensare e realizzare progetti “per”  chi ha di meno.
Questa generosità è preziosissima e va salvaguardata con cura. Ma in un rapporto di comunione non c'è chi ha di più e chi ha di meno, esiste la diversità: ognuno è ed ha il suo specifico, le sue capacità, la sua ricchezza. Allora la sfida per noi è quella di lavorare “con” chi è in necessità, lavorare insieme a lui, analizzare con lui i suoi bisogni, pensare insieme ai modi per affrontarli e risolverli, realizzare insieme i progetti di sviluppo. Non più lavorare “per” gli altri, ma lavorare “con” gli altri,  per un obiettivo comune; non più “aiutare” ma “cooperare”.
In questo modo tutti possiamo essere realizzatori e beneficiari dei progetti, perché ognuno con le sue capacità può contribuire a realizzare i progetti e ognuno può averne un beneficio: non solo un beneficio nella soddisfazione di bisogni primari “corporali”, ma anche un beneficio di sviluppo della dimensione relazionale – costruendo rapporti di comunione con gli altri – e spirituale – coltivando il rapporto con Dio, presente fra di noi in quello che facciamo insieme.
La sfida allora oggi è: come possiamo realizzare concretamente questo cambio di prospettiva?

3    La terza sfida.
Abbiamo detto che vogliamo proporre un modello. Che cos'è un modello? È un prototipo, una realizzazione funzionante e finita che può essere replicata, in contesti diversi, da persone diverse. È un esempio al quale chiunque può ispirarsi per realizzare un'opera. Se questo esempio non è imitabile da chiunque, se lo può replicare solo chi lo ha realizzato, allora sarà pure un esempio, ma non può essere considerato un modello.
Il nostro modo di affrontare la povertà e lo sviluppo può essere considerato un modello? Può essere replicato da altri?
In questi anni la condivisione degli utili con persone in necessità è avvenuta quasi esclusivamente all'interno del Movimento dei focolari, con piccolissime eccezioni. Sia le persone in necessità che hanno partecipato al progetto, sia le persone che hanno gestito le attività sono state selezionate fra i membri interni del Movimento. Questo ha fatto sì che l'assistenza o il progetto arrivasse sulla base di un rapporto già costruito: un'esperienza fatta tante volte in tante parti del mondo, che ci ha insegnato che ha senso condividere beni o denaro solo se si condivide anzitutto la vita, perché la prima necessità di ogni uomo è quella di essere e sentirsi amato, accolto, ascoltato, compreso. Questa lezione è un tesoro da custodire con molta attenzione.
Tuttavia il nostro è un esempio difficilmente replicabile da altri o proponibile all'esterno. Non si può pensare che chi volesse replicare questo modello di sviluppo, debba diventare membro del Movimento dei focolari. Non è pensabile e non sarebbe neanche sano: la bellezza dell'umanità è proprio la diversità di carismi, di culture, di capacità. E non è pensabile nemmeno che chi volesse replicare questo modello debba necessariamente avere un suo movimento spirituale, nell'ambito del quale applicarlo.

La sfida di oggi allora è riuscire a distinguere la vita di comunione fra le persone coinvolte nei progetti dalla appartenenza di esse al Movimento dei focolari. Si può vivere un modello di sviluppo di comunione senza necessariamente appartenere al Movimento dei focolari? Certo, è la Chiesa stessa che lo suggerisce: sta a noi dimostrare concretamente come è possibile farlo. Ricordate le parole di Benedetto XVI citate all'inizio: «Il tema dello sviluppo coincide con quello dell'inclusione relazionale di tutte le persone e di tutti i popoli nell'unica comunità della famiglia umana». Guardate, le espressioni chiave sono: “inclusione” e “unica comunità della famiglia umana”.

Il modello, cioè, sarà un modello se sarà fondato sull'inclusione e non sull'esclusione: se nel selezionare le persone che partecipano ai nostri progetti non useremo cioè un criterio “esclusivo” (chi appartiene sì, chi non appartiene no), ma un criterio inclusivo (al di là dell'appartenere o meno, chiunque desideri lavorare in comunione, con l'obiettivo comune di risolvere dei problemi concreti); sarà un modello se sapremo realizzare i nostri progetti con chi è escluso dalla società e con chi non fa parte del Movimento dei focolari, includendolo, perché in quanto uomo è capace di amare e vivere la comunione.

Il modello sarà un modello se la comunità alla quale ci riferiamo nel realizzare i nostri progetti sarà “l'unica comunità della famiglia umana”, non solo la comunità del Movimento. Abbiamo alcune piccole esperienze in questo senso, anche qui in Brasile, che dimostrano una enorme potenzialità.
Questo vuol dire che per coinvolgere gli altri dovremo discriminare coloro che appartengono al Movimento, escludendoli? Sarebbe un controsenso naturalmente. Ma dovremo saper distinguere ciò che è comunione dei beni interna da ciò che è un modello proponibile al mondo. Per le necessità interne abbiamo numerosi canali interni al Movimento che vi provvedono bene (rami, branche, comunità locali, ecc...); per proporre un modello al mondo, abbiamo le imprese EdC e i progetti di sviluppo realizzati in collaborazione con l'AMU, aperti all'umanità.
La sfida allora oggi è: come possiamo realizzare un modello attraente, proponibile e realizzabile per l'umanità?

Sono domande alle quali dare insieme delle risposte per poter immaginare un futuro per l'Economia di Comunione. Sono sfide difficili e affascinanti, che ci fanno intravedere grandi orizzonti. A noi sta avere coraggio, rischiando di commettere degli errori, ma sapendo di poter contare su Dio che non ha paura di osare con noi.

vedi slides

Image

ARCHIVIO ARTICOLI

Lingua: ITALIANO

Libri, Saggi & Media

Lingua: ITALIANO

Filtro Categorie

© 2008 - 2022 Economia di Comunione (EdC) - Movimento dei Focolari
creative commons Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons . Progetto grafico: Marco Riccardi - edc@marcoriccardi.it