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L'Edc oltre il social business

Logo_Brasile_2011_rid2Panel 1 "Imprenditore e impresa", 26 maggio 2011. Riportiamo l'intervento integrale di Luca Crivelli

L'Edc oltre il social business

di Luca Crivelli

110526_Ginetta_CrivelliBenché le imprese EdC non si distinguano necessariamente dal profilo della forma giuridica o dell’assetto organizzativo dalle normali aziende for profit, senza dubbio esse fanno parte di quel sottoinsieme di organizzazioni che cercano di andare oltre i classici principi del business as usual. Per le imprese EdC, come per le organizzazioni che compongono il variegato mondo dell’economia civile e/o del business sociale (un termine utile per contrassegnare questo universo potrebbe essere quello di OMI, “organizzazioni a movente ideale”), la produzione del più grande vantaggio economico possibile per i proprietari del capitale non rappresenta l’unica e forse neppure la principale finalità del proprio agire.

Allo stesso modo l’attenzione alla creazione di valore per gli altri portatori di interesse (lavoratori, consumatori, fornitori, comunità locale) non costituisce per le imprese EdC un semplice vincolo, che un’organizzazione deve sforzarsi di rispettare per mantenere la propria legittimità sociale e di conseguenza per poter perseguire i propri scopi di lucro in un orizzonte temporale di lungo periodo, ma molto di più. Senza dubbio anche tra le aziende che in questo mio tentativo di classificazione non ho considerato esplicitamente come OMI ci sono imprenditori e imprese che vivono la propria responsabilità sociale con grande serietà ed impegno, trovando nella filantropia un canale attraverso il quale restituire alla società parte del valore che, senza il contributo di tanti e senza un sistema di regole e di infrastrutture ben funzionante, non avrebbero di certo potuto generare.

L’obiettivo di questo mio contributo è di presentare gli elementi che delineano la specifica identità delle imprese EdC, precisando sia quanto esse abbiano in comune con le altre organizzazioni che perseguono finalità ideali, sia i fattori distintivi.

Archetipi delle organizzazioni a finalità ideali

Schematicamente è possibile distinguere, tra le aziende che trascendono i principi del business as usual, almeno tre tipologie di organizzazioni:

1.    Imprese la cui attività economica serve in modo indiretto alla soluzione di problemi sociali. Rientrano in questa categoria le iniziative di social entrepreneurship nate in Nord America con lo scopo esplicito di sostenere finanziariamente la finalità sociale di organizzazioni senza scopo di lucro.  La finalità ideale consiste nella destinazione (parziale o totale) del surplus economico che l’impresa realizza sul mercato, gestendo attività per nulla diverse da quelle del business as usual. La finalità ideale diventa concreta e reale solo a posteriori, nel momento in cui si realizza il dono degli utili poiché è questo il modo in cui l’impresa partecipa indirettamente alle finalità delle ONP a lei collegate. Attraverso il suo agire economico sul mercato l’azienda contribuisce al mantenimento o allo sviluppo di istituzioni che vivono e operano oltre il mercato, edificando la società civile.

2.    Imprese che nascono con lo scopo di contribuire in modo diretto alla soluzione di problemi sociali. Rientrano in questa categoria le organizzazioni economiche che scelgono di produrre esplicitamente benefici (monetari o in natura) a vantaggio di persone particolarmente vulnerabili o in situazioni disagiate. Esempi di questa tipologia di imprese sono la Grameenbank di Yunus (la cui attività bancaria si è concentrata sull’offerta di servizi di microfinanza per le donne e più in generale per persone a cui era precluso l’accesso al credito), ma anche lo sviluppo successivo e più articolato del microcredito denominato da Yunus “social business”, che vede impegnate la stessa Grameen ed alcune multinazionali (Danone, Adidas, Intel, Basf, Pfizer, ecc.) nell’avvio di imprese in grado di soddisfare i bisogni fondamentali di persone vulnerabili al prezzo più basso possibile, escludendo a priori la distribuzione di utili ai detentori del capitale. Di questo secondo gruppo fanno parte anche le organizzazioni mutualistiche, per esempio le cooperative di lavoro.

3.    Alla terza tipologia appartengono invece le organizzazioni che, accanto alla promozione di specifiche finalità sociali, si propongono esplicitamente l’obiettivo di umanizzare l’economia di mercato, affiancando alla produzione di ricchezza la promozione della giustizia e, nel contempo, rendendo l’organizzazione produttiva maggiormente democratica e inclusiva. In questa terza categoria possono essere fatte rientrare per esempio le organizzazioni del commercio equo e solidale, i soggetti della cosiddetta economia civile, come le cooperative sociali europee (in particolare quelle che si dedicano all’inserimento lavorativo di persone svantaggiate, riservando una forte attenzione alla partecipazione dei soci-lavoratori e ad una governance dell’impresa che coinvolga tutti gli stakeholders), ma anche le esperienze di economia sociale e comunitaria dell’America latina.

L’identità dell’EdC

È impossibile associare le imprese EdC ad uno di questi tre archetipi di OMI. La destinazione degli utili secondo i tre scopi (in particolare il dono di una110526_Ginetta_Sala01 prima parte per l’aiuto diretto ai poveri e di una seconda parte per la diffusione della cultura del dare) e il fatto che questi fondi siano gestiti dalle strutture del Movimento dei focolari e per il tramite della sua ONG (l’AMU) sembrerebbe evidenziare una certa affinità tra l’EdC e le esperienze nordamericane di social entrepreneurship. Fin dal primo momento, però, fin dal maggio 1991, Chiara ha indicato nell’offerta di un posto di lavoro a chi ne era sprovvisto e nella partecipazione di tutta la comunità, a cominciare dai poveri, alla proprietà dei Poli produttivi (“siamo poveri, ma tanti”) due vie maestre per risolvere in modo anche diretto il problema dell’esclusione e della povertà. Questo sembrerebbe indicare l’esistenza di un certo grado di parentela tra le imprese EdC ed il modello di OMI del social business à la Yunus. Infine, l’EdC non si limita alla promozione di iniziative imprenditoriali, ma si propone di realizzare un diverso sistema economico, di umanizzare l’economia. In questo modo va letto il ricordo, fatto da Chiara il 29 maggio 1991, dello slogan che nel 1968 aveva dato alla seconda generazione del movimento, i gen: “non capitalismo e non comunismo, ma cristianesimo”. E poi l’invito rivolto ai giovani di studiare e sviluppare una nuova teoria economica, capace di dare dignità all’azione delle imprese EdC. E infine, se guardiamo alla storia di questi 20 anni, la nascita, nel 1997, delle linee per condurre un impresa e l’invito di Chiara, nel suo ultimo messaggio del 2007, a realizzare “imprese di comunione”, ripensandone pure l’assetto organizzativo: un chiaro segnale dell’impegno del nostro progetto volto a rendere possibile l’esperienza della fraternità anche nella sfera del mercato e nell’organizzazione aziendale.

Il fatto che non si possa chiaramente posizionare le imprese EdC in una di queste tre categorie, sta forse ad indicare che la sua identità più profonda va cercata altrove. Personalmente credo che la vera identità delle imprese EdC l’abbia svelata Chiara stessa, quando a più riprese, parlando dell’EdC, l’ha definita «tutta amore, tutta una costruzione d’amore». L’agire (ed il successo) delle imprese EdC, a differenza delle altre tre tipologie di OMI menzionate in precedenza, non può essere quantificato in un’unica scala dimensionale: quanti utili abbiamo donato (OMI del tipo 1)? Quante problemi sociali abbiamo risolto e quante persone abbiamo fatto uscire dalla povertà grazie ai nostri beni e servizi (OMI del tipo 2)? Quanto siamo riusciti ad incrementare il grado di giustizia insito nelle relazioni economiche e quanta partecipazione democratica abbiamo associato ai processi decisionali delle organizzazioni produttive (OMI del tipo 3)?

Lo scopo ultimo, più profondo, delle imprese EdC, è contribuire a realizzare il sogno di Chiara, il carisma che Dio ha dato a questa donna spingendola ad orientare tutta la sua esistenza all’ut omnes unum sint, al mondo unito, alla fraternità universale. Ogni azione compiuta nei confronti di qualsiasi fratello o sorella entri in contatto con un’impresa EdC, mentre essa svolge le abituali faccende e transazioni economiche, può aumentare la comunione, contribuire a realizzare quello scopo ultimo. La “cultura del dare” le imprese EdC non la diffondono solo attraverso il dono degli utili e le attività formative del Movimento, ma con tutto il proprio agire economico e sociale. Parecchie sono le esperienze nel mondo che ci dicono quanto questo stile di vita, orientato alla fraternità universale, possa diventare una fucina straordinaria di generatività, capace di risanare un tessuto sociale oramai disilluso e sfiduciato.

Da una tensione ideale di grande respiro a “soluzioni istituzionali”

110526_Ginetta_Sala02Secondo me la grandezza dell’EdC è anche il suo limite. Se lo scopo ed il modus operandi delle nostre imprese è la diffusione a 360 gradi dell’esperienza della fraternità, allora dobbiamo riconoscere che una finalità così ampia e universale è per sua natura vulnerabile e fragile, in quanto difficilmente traducibile in soluzioni istituzionali che consentano di misurarne l’impatto. Non si deve dimenticare che ci troviamo in un contesto aziendale, nel quale la misurazione dei risultati e dell’efficacia rispetto agli obiettivi prefissati è l’essenza stessa dell’impresa. Ma il “generare comunione” è un obiettivo che difficilmente si lascia inquadrare in dispositivi, norme ISO, batterie di indicatori, balanced scorecard e potrebbe di fatto soccombere di fronte a quanto viene invece misurato nel conto economico dell’azienda. Se non ci si sforza di trasformare la finalità dell’EdC in soluzioni istituzionali, in meccanismi rendicontabili e riproducibili, capaci di durare nel tempo, secondo me si rischia di rimanere al livello di un’etica delle intenzioni, di una tensione ideale pur altissima ma in quanto tale soggetta a forte instabilità e a rischio di paternalismo e autoreferenzialità. È per questo che le aziende EdC più mature si stanno da tempo muovendo verso l’adozione di una prassi che sia nel contempo oggettivizzabile e rendicontabile, che si esprima in un commitment davvero stringente. E su questo terreno è significativo ritrovare le tre tipologie di OMI di cui abbiamo detto all’inizio, che rappresentano l’archetipo di altrettante piste lungo le quali legarsi stretto in un impegno istituzionale.

1)    Un primo gruppo di aziende ha sentito di vivere con massima radicalità l’impegno di donare una parte consistente dei propri utili, seguendo con encomiabile fedeltà la logica dei tre terzi.
2)    Un secondo gruppo di aziende ha ritenuto di assumere un ruolo diretto nella lotta alle varie forme di povertà del mondo contemporaneo (come il social business di Yunus), sviluppando attività di microcredito, dando vita ad incubatori di aziende per contribuire a risolvere il problema della disoccupazione giovanile, altre ancora hanno assunto lavoratori svantaggiati o hanno cercato di innovare dei prodotti in modo da ridurre il loro impatto ambientale.
3)    Vi è infine un terzo gruppo di imprese che sta prendendo sul serio l’invito di Chiara del 2007 ad inaugurare forme di “governance” di comunione e a ripensare gli strumenti di gestione per realizzare la fraternità anche nel governo delle imprese EdC. In prima linea troviamo le nostre cooperative sociali, che hanno la possibilità di attingere al bagaglio di esperienze e sperimentazioni della terza tipologia di OMI, ma ci sono anche tante aziende “normali” che stanno sperimentando al loro interno approcci di governance più partecipata. In questo campo, occorre ricordarlo, siamo ancora agli inizi. Si tratta di un cammino complesso e non privo di rischi, che verosimilmente le aziende non possono e non devono compiere da sole. Potrebbe essere utile avvalersi di una struttura civile, come un Associazione di Imprenditori EdC a cui associarsi liberamente, in grado di fungere da tramite e da stimolo per evoluzioni in questo senso. La meta è far sì che le funzioni e i ruoli manageriali siano sempre più al servizio della comunità aziendale, dando vita così a “strutture di comunione” in grado di sostenere nel tempo la pratica dell’amore scambievole nelle imprese.

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