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L’Economia di comunione, Una proposta per un futuro economico e sociale sostenibile e felice

Nell'ambito della Conferenza internazionale "Il Paradigma dell’ unità: un dialogo interdisciplinare sul pensiero di Chiara Lubich (1920-2008)",

Intervento di Luigino Bruni

Taipei, Fu Jen Catholic University, 13 aprile 2013

1. Introduzione

E’ con grande gioia che presento in questa università l’Economia di comunione. Ho 130413 Taipei 02 ridvisitato altre regioni dell’Asia, ma è la prima volta che vengo a Taipei, che conosco da lontano anche per la sua grande vivacità civile ed economica. È da questa stima per questa vostra grande cultura ed economia che inizio questa mia presentazione dell’EdC, e vi rivolgo i suoi messaggi.

Partiamo da alcuni dati.

1.1.    Cambiamento del baricentro del mondo

I primi dati si riferiscono a scenari di lungo periodo relativi all’evoluzione della geopolitica internazionale.

 Taipe1 grafico 1

Taipe1 grafico 2

 Taipei grafico 3

Questi grafici ci dicono essenzialmente alcune cose importanti:
-  l’egemonia economica dell’Occidente è stata una “parentesi” di circa due secoli, ma l'l’Asia è destinata ad occupare il centro della scena, e presto.
-  Gli equilibri economici e politici del mondo stanno cambiando molto velocemente, e c’è bisogno di nuove categorie per comprenderli e gestirli.

1.2.    Diseguaglianza (inequality)

Guardiamo poi altri dati, che ci parlano sull’ineguaglianza: l’immagine in basso misura l’indice di concentrazione del reddito o di diseguaglianza: più è alto l’indice (vicino a 1), maggiore è la diseguaglianza: qui si nota che certe parti dell Asia incluse l’India e la Cina ha in media vicini (sebbene leggermente più bassi) ai valori degli USA e del Sud America:

Taipei grafico 4

Il tema della distribuzione del reddito è centrale, e ci dice molte cose:

-    La diseguaglianza globale è aumentata tra il 1988 ed il 1993 (passando da 0,84 a 0,87) e poi si è ridotta tra il 1993 ed il 2000, scendendo a 0,82. Questa evoluzione (sostanzialmente stabile) è però la risultante di due tendenze contrastanti: una riduzione della diseguaglianza tra stati (dal 78% al 67%) a fronte di un aumento della diseguaglianza interna nei paesi.

-    Paesi con più uguaglianza ed equità sono più felici.

-    Esiste una forte correlazione tra diseguaglianza e altri indicatori di qualità della vita (aspettativa di vita, salute, felicità), una correlazione molto più forte di quella tra reddito procapite (GDP) e benessere.

L’aumento della diseguaglianza nelle economie capitalistiche sta diventando il primo vero ostacolo allo sviluppo economico e sociale, perché a causa della grande diseguaglianza di opportunità, diritti e libertà, la ricchezza drogata che abbiamo creato (soprattutto in Occidente) non è feconda e generativa di lavoro e di autentico sviluppo. Del resto, come avrebbe potuto esserlo? Solo il lavoro genera lavoro.

Se si ripercorre il cammino che abbiamo compiuto dalla rivoluzione industriale a oggi, ci si rende conto di quanto sia preoccupante nelle economie di mercato l’indice delle diseguaglianze. Dopo una sostanziale diminuzione nelle economie occidentali del Novecento, dovuta al passaggio da economie e strutture sociali feudali a una economia di mercato molto più dinamica, negli ultimi decenni il capitalismo trionfante sta facendo di nuovo aumentare le diseguaglianze, riportandole a livelli molto vicini a quelli iniziali.

Negli Stati Uniti i primi 500 top manager guadagnano in media 10 milioni di dollari l’anno, e i 20 più ricchi manager di hedge funds (i fondi d’investimento più speculativi) guadagnano in totale più della somma dei redditi di quei 500 manager. E c’è di più: oggi la diseguaglianza presente all’interno degli Usa è molto simile a quella di Paesi che stanno solo ora uscendo da strutture sociali feudali. Insomma, il nostro tardo capitalismo sta assomigliando troppo al tardo feudalesimo, come se due secoli di sviluppo economico e di diritti non fossero serviti a nulla, o a troppo poco, in termini di diseguaglianza.

Troppo mercato sta producendo gli stessi frutti incivili dell’assenza di mercato. E questo è un messaggio urgente e grave, anche perché contraddice l’utopia riformista profondamente associata alla nascita dell’economia politica moderna, quando lo sviluppo dei mercati era visto dagli illuministi come il principale strumento per superare il mondo feudale, e avviarsi verso quella società democratica di persone libere e uguali da loro non intravista, ma agognata. Perché? Innanzitutto i 4/5 dei cosiddetti poveri assoluti (i circa due miliardi di persone che vivono con meno di 2 dollari al giorno) non si trovano più nei cosiddetti ‘Paesi poveri’, ma in Paesi a reddito medio e alto. Ciò dice un fatto nuovo e di portata epocale: la linea di demarcazione tra ricchi e poveri è sempre meno  legato alla geografia (Nord–Sud) ed è sempre più spostata all’interno di ogni Paese: la globalizzazione ha infatti profondamente cambiato la morfologia della povertà – lo vedremo tra breve anche dal video.

Per questa ragione oggi il rapporto tra Pil dei Paesi e i vari indicatori di benessere e di malessere è sempre meno significativo e utile. Se prendiamo il Pil dei Paesi a reddito pro–capite medio alto e li incrociamo con indici fondamentali per la vita della gente come quello dell’aspettativa di vita, di benessere dei bambini, di malattie mentali, di obesità, di criminalità, di risultati scolastici dei giovani, di mobilità sociale, scopriamo che non viene fuori quasi nulla di significativo, perché i dati sono molto simili tra di loro. Il discorso invece cambia drammaticamente se invece del Pil prendiamo gli indicatori di diseguaglianza (tra cui il famoso ‘Indice di Gini’), perché scopriamo grandi differenze in quegli indici fondamentali all’interno di questi stessi Paesi.

In altre parole, in termini di aspettativa di vita, di salute, di capitale umano, di capabilities (direbbe Amartya Sen), c’è molta più differenza tra un impiegato inglese e una donna inglese di origini caraibiche con lavoro precario, di bassa educazione, che vive in quartieri poveri di Londra e magari single–mother, che tra un impiegato inglese e uno peruviano. Una differenza che, poi, diventa ancora più piccola se confrontiamo un top manager inglese con uno sudamericano. La diseguaglianza è un grave male pubblico, di cui soffre l’intera popolazione di un dato Paese, inclusa – come dicono molti dati recenti – anche la classe più ricca, perché con la diseguaglianza aumenta l’invidia sociale, la mentalità posizionale, l’insicurezza, e l’infelicità di tutti.

Quindi chi ama veramente il bene comune e lavora per la vera ripresa economica, deve preoccuparsi un po’ meno di Pil e assai più di fare in modo di ridurre la diseguaglianza. A questo proposito vediamo insieme un video in inglese:

1.3.    La felicità e i suoi paradossi.

C’è, poi, un altro indicatore che ci invita a riflettere sul nostro capitalismo: il cosiddetto “paradox of happiness”, cioè “paradosso della felicità”.

Taipei grafico 5

Taipei grafico 6

Questo secondo grafico dice tre cose molto importanti:

a)    quando una persona, o un Paese, è povero (basso reddito), l’aumento di reddito produce miglioramenti di benessere e di felicità (la retta rossa molto pendente);

b)    quando si supera una soglia (superata dai Paesi più industrializzati), l’aumento del reddito economico non produce più benessere, anzi inizia a produrre “malessere” (perché la eccessiva crescita economica riduce e “inquina” importanti capitali, tra i quali l’ambiente, le relazionali sociali, la vita spirituale …).

c)    Se fossimo capaci di ridistribuire reddito dalla parte destra del grafico (Paesi ricchi ma meno felici) verso i paesi della parte sinistra, starebbero meglio tutti (perché tutti si avvicinerebbero al centro del grafico, nel punto di massimo di benessere). Sappiamo però che la ridistribuzione del reddito è operazione molto complessa e la storia ci dice che quasi mai funziona – sappiamo che il problema dei paesi più poveri non è ricevere reddito, ma essere nelle condizioni di produrlo, possibilmente con equità (molto dipende dai beni pubblici e comuni, come scuola, strade, ospedali, servizi pubblici …).

Il rapporto tra ricchezza e felicità, e i suoi paradossi, ci dice allora che una volta raggiunto un livello di reddito, una soglia (threshold), aumentare il reddito conta poco: conta molto più la distribuzione del reddito, e iniziano a contare molte altre cose, tra cui i beni relazionali, l’ambiente, la vita comunitaria e sociale.

1.4. Responsabilità sociale delle imprese e Shared value (valore condiviso)

Fin qua abbiamo parlato di variabili macro (crescita, diseguaglianza, …) e individuali (felicità): che cosa possiamo dire riguardo le imprese, che sono le principali istituzioni da cui dipende l’economia di un Paese e il lavoro delle persone?

È fin troppo evidente che la presenza e il buon funzionamento delle imprese (di produzione, di servizi, agricoli, commercio …) è essenziale per il benessere di un Paese. In realtà, la storia degli ultimi due secoli ci hanno mostrato vari periodi nella visione del rapporto tra imprese e società (un ruolo importante l’ha avuto il pensiero socialista e quello di Marx, che ha letto il rapporto capitale lavoro come un rapporto di sfrutturamento del primo sul secondo). In generale l’impresa viveva e agiva nella sua sfera (quella economica o “mercato), e il rapporto con il Bene comune era mediato essenzialmente dalla legge: se l’impresa rispettava le leggi (pagava le tasse, rispettava i lavoratori, l’ambiente), il suo compito sociale era svolto, e non c’era bisogno di chiederle di più. Il Bene comune non era lo scopo diretto delle imprese, ma della politica e del civile: l’impresa contribuiva al bene comune senza volerlo, né saperlo, ma facendo semplicemente bene i propri interessi (massimizzare i profitti), nei limiti della legge: è questa la tradizione liberale di pensiero, che va da Adam Smith (1759) a Milton Friedman (anni sessanta del XX secolo), la cui più famosa metafora è “la mano invisibile” del mercato che trasforma gli interessi privati degli imprenditori in ricchezza delle nazioni.

Negli ultimi decenni sì è sviluppata, anche e soprattutto per una spinta forte della 130413 Taipei 01società civile che ha iniziato a chiedere di più alle imprese (soprattutto a quelle grandi e multinazionali), la cosiddetta Responsabilità Sociale dell’Impresa (o CSR), una filosofia di business che spingeva l’impresa a fare qualcosa di più, e volontariamente (non per obbligo di legge) per il sociale: ecco la nascita e lo sviluppo di azioni sociale direttamente promosse dalle imprese (scuole, ospedali, lotte alla povertà …), dove l’impresa si prende cura di aspetti che nella visione passata non erano di sua competenza (ma dello Stato, o del volontariato). Ma anche in questa visione, il mercato (le imprese) e la società (Stato, società civile) restavano due settori ben distinti, sebbene l’impresa iniziasse a varcare ogni tanto i suoi confini: per esempio, finanziare una campagna per salvare animali in via di estinzione continua ad essere chiaramente un’attività “non economica”, ma sostenuta direttamente, volontariamente e intenzionalmente, dalle imprese.

Nel 2006 è stato pubblicato da due economisti americani Porter e Kramer, sulla influente Harward Business Review, un paper dal titolo “shared value”, che ha rappresentato una nuova fase nella responsabilità sociale dell’impresa. Questo articolo è in linea con il cosiddetto movimento del “social business” (nota l’esprerienza di M. Yunus e la sua Grameen Bank in Bangladesh), e altre esperienze di economia sociale, sorpattutto nel contesto USA.

Quale è la novità dello “shared value”? Porter e Kramer invitano a superare la netta distinzione tra impresa e società, e quindi spingono gli imprenditori a vedere la società e i suoi tipici “problemi” (povertà, anziani, …) come opportunità per nuove opportunità di business:

Companies must take the lead in bringing business and society back together. The recognition is there among sophisticated business and thought leaders, and promising elements of a new model are emerging. Yet we still lack an overall framework for guiding these efforts, and most companies remain stuck in a “social responsibility” mind-set in which societal issues are at the periphery, not the core. The solution lies in the principle of shared value, which involves creating economic value in a way that also creates value for society by addressing its needs and challenges. Businesses must reconnect company success with social progress. Shared value is not social responsibility, philanthropy, or even sustainability, but a new way to achieve economic success. It is not on the margin of what companies do but at the center. We believe that it can give rise to the next major transformation of business thinking”.

In sintesi. In questa prima parte abbiamo visto essenzialmente due cose:

130413 Taipei 03 flip rida)    Puntare soltanto all’aumento del reddito non è sufficiente per assicurare un aumento di benessere delle persone, soprattutto quando il Paese supera una soglia di reddito. La diseguaglianza diventa molto importante.

b)    L’impresa è chiamata a fare di più di quanto non abbia fatto finora: deve occuparsi direttamente del sociale e della comunità, vedendo questi ultimi non come un vincolo (tasse, leggi …) ma come nuove opportunità di business (shared value).
Abbiamo anche visto che l’Asia è destinata ad avere un futuro caratterizzato da crescita economica (anche per le virtù e i talenti di questo popolo), ma deve evitare, finché è in tempo, di cadere nei paradossi della felicità (e dell’ambiente …) in cui sono già caduti i Paesi occidentali (gli US in modo particolare, ma anche il Giappone), dove da qualche decennio il GDP continua a crescere ma la felicità e il benessere diminuisce.

Occorre – è questa la mia proposta – che Taiwan e l’Asia trovino una loro via al capitalismo (o post-capitalismo), che sappia mettere insieme in modo più armonioso crescita economica e valori sociali, equità, economia e benessere, poiché, non dobbiamo dimenticarlo, la crescita economica è sempre un mezzo, non il fine, che resta la vita buona individuale e sociale.

È in questo contesto, che guarda verso il futuro, che noi crediamo che l’Economia di Comunione (EdC) di Chiara Lubich abbia qualcosa di importante da dire all’Asia.

2. Una Economia di comunione

2.1. Un po’ di storia    

L'Economia di Comunione (EdC), sebbene sia ancora un seme, è una esperienza guardata da molti, anche in ambito accademico e culturale, oltre che dalla dottrina sociale della chiesa (Caritas in Veritate, n. 46), con interesse.

L’EdC è nata da una intuizione di Chiara Lubich durante uno dei suoi ultimi viaggi in Brasile, a San Paolo nel Maggio 1991. Chiara, arrivando in quella terra così caratterizzata, in quegli anni, da squilibri sociali e forti diseguaglianze, aveva ben presenti sia l'enciclica di Giovanni Paolo II "Centesimus annus" (nella quale si trova uno sguardo positivo su mercato e impresa), sia il recente crollo del sistema comunista sovietico. Così, l'esperienza, prima di tutto spirituale, che lei fece in quell'incontro "carismatico" con la città di San Paolo, fu quella del dolore che nasceva dal constatare un sistema economico-sociale sbagliato, perché mentre riesce a costruire grattacieli (come quelli da lei visti "dall'alto" nel cuore di San Paolo), lascia indigenti e affamati milioni di persone, e nelle stesse città. Da qui la sua proposta che si articolava nei seguenti elementi:

- per contribuire ad un sistema economico più giusto, donare i profitti per progetti di sviluppo, ma anche per far nascere nuove imprese animate da una logica diversa da quella delle ricerca del profitto come unico o principale scopo. Invitava così a condividere i profitti, per tre scopi: aiutare i poveri, creare posti di lavoro nell'impresa, e la diffusione della "cultura del dare".

- creare lavoro, includendo comunitariamente e produttivamente gli esclusi (la povertà è sempre e prima di tutto esclusione sociale, comunitaria e produttiva)

- occuparsi direttamente, come imprenditori, non solo della lotta alla miseria, ma anche della promozione di una nuova cultura, che fu presto chiamata "cultura del dare".

Oggi l'EdC coinvolge circa 860 imprese, soprattutto in Europa e in Sud America, ma 130412-13 Taipei Chiara Lubich Logocon significative presenze anche negli USA, ASIA e ultimamente l'Africa. Importante è anche l'interesse di studiosi e studenti, e le oltre 300 tesi di laurea scritte in questi anni. Con gli utili donati dalle imprese si portano avanti diversi progetti di sviluppo nel Sud del Mondo, circa 1000 borse di studio per giovani, e si contribuisce all'I.U. Sophia. Quantitativamente poco, ma come ogni esperienza carismatica il suo peso non lo si misura in quantità, ma, come il lievito e il sale, per il suo principio capace di trasformare la "massa".

2.2. Quali i messaggi che provengono dall'EdC all'economia di oggi?

Sono diversi i significati e i messaggi che partono dall'EdC e possono arrivare, se ben formulati e ascoltati, all'economia e alla politica europea di oggi. Qui ne indico alcuni, che mi paiono particolarmente rilevanti in questa età di crisi, e nel contesto di oggi ("Insieme per l'Europa").

a.    Cura della povertà.

La povertà o, meglio, l'indigenza e l'esclusione (non amo molto usare la parola povertà, che anche parola del vangelo e dei carismi, solo come una piaga dell'umanità), sta oggi di nuovo tornando a crescere in Europa.
A questo proposito, una nota è necessaria.

Ci sono parole che sono sempre e solo negative: menzogna, schiavitù, razzismo… La povertà non è una di queste, perché dopo Francesco (e quindi dopo il Cristianesimo) quando si parla di povertà dovremmo sempre specificare di quale povertà stiamo parlando. Questa grande parola copre un ampio spettro semantico, che va dal dramma di chi la povertà la subisce fino alla beatitudine di chi la povertà la sceglie liberamente, spesso per riscattare altri da povertà non scelte e subite. La nostra cultura non ha strumenti adeguati per affrontare le antiche e nuove povertà non scelte, perché ha perso contatto con le semantiche della bella povertà scelta, che si chiamano stili di vita sobri, solidali, soprattutto comunione conviviale e fraterna. Francesco ci ricorda che solo chi ama la buona povertà sa prima vedere, e quindi combattere, quella cattiva. Finché i programmi governativi, pubblici e privati di lotta alla povertà saranno pensati e implementati da funzionari che alternano convegni sulla povertà a vacanze da ricchi epuloni, la povertà continuerà ad essere oggetto di studi (spesso inutili), report e convegni, ma né vista né capita, quindi non curata.  

La “povertà” che oggi colpisce le società opulente come quelle europee presenta nuove forme (che si aggiungono alle antiche), come l'esclusione dalla vita pubblica, il disagio mentale (in grande aumento), sacche di immigrati non integrati, nuove forme di dipendenza come quelle dal gioco d'azzardo, autentica epidemia che colpisce soprattutto i ceti medio-bassi della nostra società. Queste nuove forme di povertà hanno in comune la caratteristica di essere, prima di tutto, una povertà relazionale: non è tanto, o soprattutto, una povertà dovuta alla mancanza di reddito, e anche quando si presenta come povertà di reddito e di ricchezza la sua radice e quindi la sua cura non si trova nell'ambito economico, ma in quello relazionale e quindi sociale.

L'economia di comunione in questi anni ha sperimentato che la prima cura della povertà è sempre una cura di relazioni, da quelle famigliari a quelle politiche: la povertà non è uno status individuale, ma un insieme di relazioni malate. La prima cura di ogni forma di povertà è un rapporto di fraternità e di reciprocità.  In economie semplici, di sussistenza, dove i popoli uscivano da forme di miseria endemiche, e dove le relazioni famigliari e comunitarie erano forti e stabili (anche se magari inique: pensiamo al ruolo della donna), per fare uscire le persone dalle trappole di povertà era necessario prima di tutto aumentare reddito pro-capite, beni pubblici (sanità, infrastrutture, case ...), e beni meritori (l'educazione e la scuola in un modo tutto speciale). Oggi in un'epoca in cui il bene più fragile è quello relazionale, se non si curano e ricostruiscono relazioni, gli interventi in termini di reddito, beni pubblici e meritori restano spesso inefficaci - come tanti decenni di aiuti pubblici, anche in Europa, ci sta mostrando. Occorre cambiare, e l'esperienza di una economia di comunione, che parte dalla cura delle relazioni come precondizione di ogni progetto di sviluppo umano, può essere di esempio.

L'EdC dice che prima della povertà (come categoria) esistono i poveri, e senza l'incontro con la persona del povero, la povertà non si cura - al massimo la si può gestire, immunizzandosi da essa.

Per curare la povertà servono i carismi, quindi poveri che curano poveri. Il capitalismo filantropico sta aumentando le istituzioni che si occupano di povertà, senza però che tra chi aiuta e chi è aiutato si crei nessun incontro autentico. Francesco ha curato, quantomeno l’anima, dei lebbrosi di Assisi (a Rivo Torto) abbracciandoli e baciandoli: è l’abbraccio la prima forma di cura. Francesco oggi ci ricorda e ci ammonisce di non cadere nelle trappole della nostra cultura dominata dall’immunità, una cultura del non-abbraccio che si sta insinuando anche all’interno delle nostre istituzioni nate per “curare” le povertà, dove stanno crescendo i professionisti della cura e dell’assistenza (ed è cosa buona), ma dove rischiano di diminuire gli abbracci. L’indice di fraternità – altra parola-chiave dell’EdC – è dato dal grado di inclusione comunitaria dei poveri, che può essere inverso alla creazione di enti specializzati per gestirli, ai quali si appalta la “cura dei poveri” al fine di tenerli ben lontani dalle nostre città immuni e immunizzanti.

Nell'EdC questa esperienza di abbraccio la si vive nell'aiuto concreto e nell'esperienza comunitaria, ma anche, e forse soprattutto, nell'offrire ai poveri un posto di lavoro nelle nostre imprese. Anche questo in linea con la prima esperienza fondativa di Chiara a Trento, quando per il povero non si faceva una mensa, ma li si invitavano i poveri a pranzo ("una focolarina, un povero ..."): oggi questa stessa esperienza si rivive invitando "a pranzo" i nuovi poveri anche nelle nostre imprese, creando insieme lavoro. Finché non si riesce a lavorare, si resta sempre indigenti.

b.    Diseguaglianza e inclusione produttiva non solo comunitaria.

Legata alla povertà c'è il grande e urgente tema della diseguaglianza, che, come abbiamo detto, negli ultimi decenni è tornata a crescere.

L'EdC invita le imprese a condividere gli utili: è questa una forte proposta per una economia e una società più equa e fraterna: non ci può essere fraternità vera quando la ricchezza, il reddito, e quindi le capabilities e i diritti e le libertà sono distribuiti in maniera troppo ineguale. Infine, non si crea una società più egualitaria solo con l'impresa e il mercato, anche quando fossero di comunione: è necessaria anche l'azione pubblica e politica, che oggi va ricordata e sottolineata in questa epoca di nuova "fede" nel potere taumaturgico del libero mercato. Il mercato è veramente espressione di libertà e di liberazione quando è accompagnato da altri principi e istituzioni fondative, quali la redistribuzione (pubblico) e la reciprocità (società civile). Da questo punto di vista si devono anche valutare, correttamente, esperienze come il movimento cooperativo, di ieri e di oggi, e l'intera (buona e vera) economia sociale in tutta Europa. L'Europa, ad esempio, se fino a pochi decenni fa è riuscita a crescere con poca diseguaglianza, lo si deve non solo ad un diverso e maggiore ruolo dello Stato sociale (rispetto agli USA), in quel modello noto anche come Economia sociale di mercato; lo si deve anche alla straordinaria esperienza del movimento cooperativo europeo, che ha consentito quella democrazia economica e del lavoro, che ha reso esperienza sempre più vera anche la democrazia politica. Il movimento cooperativo e dell'economia sociale ha incluso produttivamente le persone, non ha creato mendicanti dipendenti da pochi benefattori, ma lavoratori e soci di imprese, che hanno sono diventati più cittadini anche grazie a questa inclusione produttiva. Oggi l'EdC continua questa esperienza di inclusione produttiva, vero strumento di lotta alla esclusione e alla ineguaglianza.
 
c. Imprenditori civili e la sfida cruciale del lavoro

L'impresa ha una anche una vocazione di lotta all'esclusione e alla povertà: l'imprenditore civile non può solo accontentarsi di pagare le tasse e rispettare la legge: in questi tempi di crisi deve ancora usare il suo talento e la sua vocazione imprenditoriale per combattere miseria e esclusione, creando nuovo lavoro. Quando Chiara ha proposto alle imprese di reinvistire utili nell'impresa (una terza parte) per la creazione di posti di lavoro, stava dicendo qualcosa di molto nuovo, che cioè l'impresa combatte la povertà anche, e soprattutto, includendo produttivamente le persone, non con la filantropia. L'imprenditore è prima di tutto un creatore di ricchezza e di lavoro, non un filantropo: il suo talento non è primariamente donare "fette" di “torte” ai poveri (a questo pensano normalmente altre istituzioni); ma di creare dinamicamente "nuove torte", facendo sì che i poveri siano inclusi nella creazione dei beni, e non solo "consumatori" di aiuti. Questa centralità dell'impresa e del lavoro nell'EdC è per me importante, se pensiamo che oggi la vera patologia che è alla radice di questa crisi che stiamo vivendo non è il profitto dell'imprenditore ma le rendite finanziarie, quelle dei top manager e delle professioni protette: occorre oggi ritrovare una nuova alleanza tra imprenditori e lavoratori, per difendersi dall'ipertrofia delle rendite che sta schiacciando tutto il mondo del lavoro (imprenditori e lavoratori assieme: colpisce molto che nel mio Paese si suicidano anche molti piccoli imprenditori, in questi anni di crisi). La rendita sta prosciugando risorse da investire in modo produttivi capaci di creare vero lavoro: oggi la prima forma di povertà da combattere in Europa è la povertà da lavoro, soprattutto nei giovani.     

E' stato, infatti, il lavoro che in Europa, ma anche qui nel vostro Paese, ha creato veramente la democrazia, grazie al grande movimento di lavoratori, uomini e (troppo poche) donne, che divennero veramente cittadini quando, abbandonando lo status di servi in una campagna ancora sostanzialmente feudale, divennero lavoratori nelle fabbriche, nelle officine, nelle scuole, negli uffici e nelle cooperative. Non tutto il lavoro fonda la Democrazia, dobbiamo ricordarlo, ma solo quello degli uomini e delle donne libere, non quello degli schiavi e dei servi. Una società è democratica perchè fondata sul lavoro, altrimenti la vita sociale si fonda su rendite e privilegi e quindi non è democratica.

L’EdC è anche un progetto di lavoratori, per il lavoro, perché anche se avessimo reddito senza lavoro, quel denaro senza lavoro non salva e non rende felici. Gli studi sulla felicità ci dicono anche due cose a questo riguardo:
-    una grande causa di infelicità è la disoccupazione.
-    un’altra causa di infelicità lavorativa è il non sentirsi competente, perché da giovani non si è appreso alcun lavoro.
Il lavoro è una grande fonte di felicità, soprattutto se e quando il lavoro è rispettato, dignitoso, libero.

3. Conclusione e prospettive

In conclusione, accenno soltanto a dei temi e a delle proposte per dare continuità, qui ed ora, all’esperienza di oggi.

a.    Promuovere la creazione in questa università di una  sorta di "centro studi e di comitato permanente" dell'economia di comunione in rapporto all’economia di Taiwan, con lo scopo di individuare quali potrebbero essere le applicazioni e gli sviluppi dei principi dell’EdC nella vostra economia e nella società di oggi.

b.    Dar vita alla traduzione nella vostra lingua del sito dell’edc (www.edc-online.org), per iniziare a diffondere qui i temi dell’EdC.

c.    Iniziare scambi di studenti e docenti con Sophia e altre università dove si studia l’EdC nei vari paesi del mondo (Spagna, US, Brasile, Argentina, Italia, Africa …): fino ad oggi, manca Taiwan.

Non è possibile immaginare una EdC di oggi e di domani senza Taiwan, per la sua storia e per il suo futuro nell’economia mondiale. Sono certo che oggi possiamo iniziare insieme. E vedremo una EdC tutta universale e tutta di Taiwan, perché ogni cultura deve trovare il suo modo di applicare e inculturare i principi dell’EdC nella propria storia e nei propri valori.

Sarà bellissima l’EdC che nascerà da voi: il mondo l’aspetta, e anche noi. Che Chiara, dal cielo, ci benedica e ci aiuti.

Bibliografia:

Alcune delle considerazioni qui presentate sono sviluppate in diversi miei interventi, articoli e testi, che si possono trovare nel sito ufficiale dell'EdC: www.edc-online.org.

vedi presentazione powerpoint in inglese

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