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Efficienza, competitività e solidarietà nell’economia di comunione

Nell'ambito del convegno organizzato dall'Università di Trento "Chiara Lubich: da Trento al Mondo"

Efficienza, competitività e solidarietà nell’economia di comunione

Intervento di Gabriella Berloffa, Dipartimento di Economia, Università degli Studi di Trento

Trento, 25 febbraio 2010

Introduzione

Gabriella_BerloffaCome descritto da Luigino Bruni, “l’Economia di Comunione nasce da un’intuizione originale avuta da Chiara Lubich durante la sua permanenza in una cittadella dei Focolari, vicino a San Paolo, in Brasile, alla fine del maggio 1991. Attraversando San Paolo Chiara è colpita dall’estrema miseria e dalle tante favelas che, come una ‘corona di spine’, circondano la città; una forte impressione dovuta principalmente all’enorme contrasto tra quelle baracche (dove vivono pure diverse persone della sua comunità) e i tanti e lussuosi grattacieli… Da quell’esperienza emerge un’intuizione nuova: estendere la dinamica della comunione dai singoli – che la praticavano già – alle aziende, invitando imprenditori ed azionisti a mettere in comune i loro utili… In quei primissimi giorni l’idea si specifica meglio: gli utili aziendali devono essere messi in comunione destinandoli a tre scopi precisi: a) per l’autofinanziamento dell’impresa; b) per la diffusione della cosiddetta ‘cultura del dare’; c) per i poveri in contatto con le comunità dei Focolari” (Bruni, 2004, p. 20).
Se l’economia di comunione si limitasse ad una decisione libera circa l’impiego degli utili aziendali non rappresenterebbe di per sé quella alternativa “radicale” alla visione economica prevalente che pure alcuni autori hanno sottolineato (vedi Bruni, 2004; Zamagni, 2004).
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Ma nella proposta di Chiara non c’è solo il suggerimento sulla destinazione degli utili; c’è l’insistenza sulla formazione di uomini nuovi, che possano vivere un nuovo tipo di relazioni sia all’interno dell’azienda, sia all’esterno di essa: “Poi gli utili serviranno anche a sviluppare l’impresa e le strutture della cittadella, perché possa formare uomini nuovi: senza uomini nuovi non si fa una società nuova” (Chiara, 29 maggio 1991 in notiziario EdC n. 29 p. 5); “Amare i dipendenti, amare anche i concorrenti, amare anche i clienti, amare anche i fornitori, amare tutti. Lo stile di vita aziendale deve essere cambiato, tutto deve essere evangelico, altrimenti non è economia di comunione” (Lubich, 2001). Questo nuovo “stile di vita aziendale” si esprime in molteplici aspetti: attenzione a chi lavora nell’impresa, condivisione dei rischi e delle difficoltà, rapporti di fiducia tra lavoratori e responsabili, disponibilità alla cooperazione/aiuto reciproco sia all’interno dell’azienda che con le aziende “concorrenti”, ecc. Che effetto può avere uno “stile di vita aziendale” con queste caratteristiche sull’efficienza e la competitività delle imprese e sullo sviluppo di un sistema locale?
Per iniziare a rispondere a questa domanda, dopo aver delineato brevemente il quadro delle imprese che partecipano attualmente a questo progetto, vorrei soffermarmi su alcune evidenze empiriche circa il nesso tra risultati economici (in termini di produttività dei fattori impiegati, di scambi conclusi, di innovazione e più in generale di sviluppo) e alcune dimensioni non economiche che riguardano specificamente il tipo di rapporti che esistono all’interno dell’impresa e tra imprese. L’obiettivo non è tanto quello di fornire una rassegna esaustiva della letteratura, quanto quello di evidenziare i numerosi ambiti in cui certi aspetti relazionali come la fiducia, il riconoscimento e l’aiuto reciproco, la disponibilità alla cooperazione, l’interesse per il bene comune, ecc., contrariamente a quanto spesso affermato nella letteratura economica migliorano i risultati economici e riducono le conseguenze negative di certi shocks.

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