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SIR - 08/06/2012

Le Chiese e la crisi economica. Quale messaggio dare all’Europa in tempo di recessione? C’è margine oggi per le Chiese di essere ascoltate tra tassi d’interesse e spread? E quali proposte concrete fare? Maria Chiara Biagioni, per Sir Europa, a Lisbona, dove è in corso il Terzo Forum europeo cattolico-ortodosso su "La crisi economica e la povertà. Sfide per l’Europa di oggi", ne parla con l’economista Luigino Bruni.

I circuiti del cambiamento

Forum cattolico-ortodosso: intervista con l'economista Luigino Bruni

pubblicato su: agensir.it l'8/06/2012

Logo_Sir_newQuale segnale stanno dando le Chiese europee nel dedicare un simposio alla crisi economica?

"È evidente che per i leader delle Chiese cristiane in Europa la crisi è un fenomeno importante perché è percepito sul piano pastorale ed ecclesiale come priorità. Ci si rende conto che se la gente non sta bene, non ha lavoro, e vive nell’insicurezza, significa che tutta la vita non funziona.

È chiaro che i leader stanno cercando qui a Lisbona di dire qualcosa, proposte che siano rilevanti e che soprattutto siano ascoltate. Oggi tanti parlano di crisi, tanti danno ricette e inserirsi in questo dibattito con una voce che possa raggiungere la soglia di percezione è una sfida".

Quanto è diventata pervasiva la crisi economica per indurre i leader cristiani europei a metterla al centro di un loro simposio?

"Sicuramente, come è stato detto, la crisi non è solo economica ma è di un modello di sviluppo fondato sul debito, sul consumo, sull’individualismo. E questo in fondo non può non toccare le Chiese".

Che cosa ci si aspetta dalle Chiese?

"Penso che ci siano alcuni messaggi importanti da dare. Il primo è che non rispondiamo al bisogno di vita delle persone, promettendo merci. C’è molto di più dietro alla richiesta: i popoli hanno sempre avuto bisogno di grandi orizzonti. Questa crisi ci fa capire che non c’è stata un’adeguata risposta alla domanda di senso delle persone. Cerchiamo, allora, di riappropriarci delle domande visto che le risposte sono state finora deludenti. Le Chiese sono sempre state luoghi di comunità e di senso. La crisi può rivelarsi un’opportunità per cogliere questo vuoto e riempirlo di proposte più profonde. La seconda cosa è che l’economia è troppo importante per non occuparsene. Spero cioè che la Chiesa non appalti agli addetti ai lavori l’economia e la finanza. La crisi economica attraversa le Chiese perché attraversa le persone e le comunità".

La Chiesa rischia di rimanere su questi temi sul piano delle buone intenzioni. Come superare questo scoglio e con quali proposte?

"Sì, bisogna entrare almeno su alcune questioni. Penso, per esempio, alla tassazione sulle transazioni finanziarie, oppure alla lotta alla disoccupazione, affermando che bisogna combattere prima la disoccupazione e poi gli aspetti finanziari. Gli indici sono diversi: lo spread conta meno dei tassi di disoccupazione perché disoccupazione vuol dire milioni di persone senza lavoro, significa che i nostri figli non possono avere il futuro che desiderano, significa un’insicurezza generale. Tutto questo, a mio avviso, è molto più grave dello spread delle borse. Dalle Chiese, in sostanza, ci si aspetta che vengano indicate alcune questioni. In fondo il bene comune si misura con i poveri e su come vengono trattati i poveri. Questo è il metro di misura, il resto sono solo chiacchiere".

Quante chance hanno le Chiese europee di essere ascoltate?

"Intanto dipende da che cosa dicono: credo che se il messaggio riesce a fare proposte concrete sulla finanza, sul tema del lavoro, possa arrivare. Bisogna anche far vedere all’Europa quello che già c’è all’interno delle Chiese in termini di risposte. C’è una grandissima vitalità nel mondo delle Chiese, di cooperative, di progetti, di banche diverse, di imprese alternative. È un mondo economico che esiste già e ancora attende di essere comunicato".

Ma gli economisti sono interessati ad ascoltare?

"Magari gli economisti no, ma – attenzione – i grandi cambiamenti oggi arrivano e possono arrivare anche dalla gente. Oggi c’è un grande margine di azione che viaggia tra i giovani e tra i social network. Quindi magari non ti ascoltano alla Banca centrale europea, ma se si riesce ad arrivare in certi circuiti, si possono mettere in moto dei meccanismi che si autoalimentano e possono provocare cambiamenti".

Dunque da economista lei crede nella speranza?

"La speranza esiste perché l’essere umano ha delle risorse straordinarie. Non dobbiamo essere mai pessimisti anche perché ci sono tante opere che già esistono. C’è gente che sta lavorando concretamente per uscire dalla crisi, che si sta inventando nuovi lavori e nuove imprese. La popolazione sarà sempre una risposta alla crisi perché il capitale sono le persone e non i soldi".

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