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Avvenire - 31/05/2012

La sfida del nostro tempo - Uscire dalla crisi e salvare l’economia? Impossibile senza il recupero della gratuità, intesa come lo scambio reciproco di “senso” nella dimensione professionale, ovunque essa prenda forma (anche in casa). È la ricetta coraggiosa proposta al Congresso teologico dall’economista Luigino Bruni

«Lavoro, la persona torni al centro»

di Enrico Negrotti

pubblicato su Avvenire il 31/05/2012

120530_Milano_Bruni_ridSenza il valore della gratuità, l’economia non si salverà, il lavoro non si svilupperà, le famiglie non cresceranno e non potranno nemmeno celebrare la “festa”.

È una correzione di rotta decisa, quasi a 180 gradi, rispetto alle logiche imperanti nel mondo del lavoro (e non solo) quella che propone il professor Luigino Bruni, docente di Economia politica presso l’Univesità di Milano-Bicocca e all’Istituto Universitario Sophia (Loppiano, Firenze) nell’incontro dedicato a famiglia, lavoro e festa nel mondo contemporaneo.

Bruni osserva che il capitalismo ha operato una rivoluzione «silenziosa, ma non meno epocale»: «Il denaro diventa il principale o unico perché del lavorare». Viceversa la tradizione cristiana – che ha impregnato di sé la cultura europea nel corso dei secoli – propone l’etica della virtù: «Il lavoro va fatto bene per una ragione intrinseca. La pur necessaria e importante remunerazione che si riceve non era la motivazione del lavoro ben fatto, ma solo una dimensione. È in un certo senso un premio o un riconoscimento che quel lavoro è stato fatto bene, ma non il perché del lavoro ben fatto. Io credo che ogni stipendio dovrebbe essere inteso come un dono anche, come un atto di reciprocità, per dirti grazie del lavoro che metti in quel luogo e non un prezzo di quanto vali». Una prospettiva etica che valeva anche nei luoghi più estremi, come il muratore che nel lager di Auschwitz (come racconta  Primo Levi)  pur odiando i nazisti costruisce muri diritti e solidi, fatti bene: «Non per obbedienza ma per dignità professionale». «Fare un muro dritto anche in un lager – commenta Bruni – diventa allora una via per sopravvivere e vivere in luoghi disumani, perché quel muro dritto era il muratore, era la parte migliore di quella persona».

Quest’etica del lavoro ben fatto è qualcosa che si apprende in famiglia, regno della gratuità, sin da piccoli. «Dire gratuità – osserva Brunisignifica riconoscere che un comportamento va fatto perché è buono, e non per la ricompensa o per le sanzioni: ecco perché non c’è lavoro ben fatto senza gratuità». Che quindi è soprattutto un modo di agire, uno stile di vita, non il gratis è o il senza prezzo come viene spesso inteso oggigiorno. Invece «il contratto può e deve sussidiare la reciprocità del dono, come avviene già in molte esperienze di economia sociale, civile, del commercio equo, nell’economia di comunione».

La realtà presenta un mondo che «crede troppo al consumo e alla finanza, ma se perdono il contatto con il lavoro e la fatica, diventano consumismo edonista e finanza 120530_Milano_pubblico02_ridspeculativa». L’attuale cultura economica poi, «non capisce il lavoro che si svolge all’interno delle mura domestiche, prevalentemente femminile». E il lavoro che si svolge all’interno della famiglia «non conta. Letteralmente, perché nessuna contabilità pubblica lo riporta, perché è un lavoro associato alla donna, che non produce, ma consuma. Questo lavoro, non passando attraverso il mercato, non può avere un prezzo e quindi neanche un valore pubblico».

Il consumismo comincia a “diseducare” sin da bambini, abituati al supermercato e senza avere conoscenza del ciclo produttivo che sta dietro i beni che si acquistano. «Le associazioni familiari giustamente propongono una moratoria alla pubblicità rivolta ai bambini – ha detto Bruniche in vent’anni hanno incrementato il loro fatturato di cento volte. E un provvedimento analogo sarebbe necessario per la pubblicità dei giochi d’azzardo, che vede i governi complici e conniventi. Occorre che si mobiliti la so-
cietà civile per ribadire che la virtù batte la fortuna».

Così come Bruni ha invitato a «non restare inermi e silenti di fronte a un sistema economico-politico che remunera con stipendi milionari manager privati e pubblici, e lascia indigenti maestre e infermieri. È una questione di giustizia, e quindi politica, etica e spirituale». «Le famiglie continuano per vocazione e per compito etico e spirituale, a generare e rigenerare patrimoni di gratuità e di virtù civili. Ma il mondo del lavoro, la politica oggi non riconosce e non premia le virtù. E le famiglie non potranno farcela da sole. Con i gravi danni dell’economia che già vediamo e che vedremo. Ed è paradossale e quasi offensivo che si proponga alle famiglie di consumare di più mentre non c’è lavoro».

Infine la festa, legata alla famiglia ma anche al lavoro: l’impegno a creare il lavoro deve essere anche quello a creare la festa. Non a caso il capitalismo invece cerca di farci lavorare anche la domenica, mentre un tempo il lavoro era intrecciato alle feste. «Se saltano i tempi della festa, quindi della famiglia, si essicano le stesse fonti della vita».

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